STRAINING

La Corte di Cassazione ha riconosciuto ad un dipendente di banca, relegato a lavorare in uno
«sgabuzzino, spoglio e sporco», con «mansioni dequalificanti», «esecutive e ripetitive»:
comportamenti complessivamente ritenuti idonei a dequalificarne la professionalità,
comportandone il passaggio da mansioni contrassegnate da una marcata autonomia decisionale a
ruoli caratterizzati, per contro, da “bassa e/o nessuna autonomia”, e dunque tali da
marginalizzarne, in definitiva, l’attività lavorativa, con un reale svuotamento delle mansioni da
lui espletate.
L’aspetto innovativo della pronuncia consiste nell’aver qualificato tali comportamenti non come
“mobbing”, bensì come “straining” – ossia una sorta di mobbing attenuato.
In altri termini, mentre il mobbing identifica nell'accezione più comune del termine, un insieme di
comportamenti violenti (angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni,
insulti, maldicenze, ostracizzazione - escludere qualcuno dalla società, da un gruppo sociale o da
una comunità, evitando di comunicare o addirittura di notare la persona -, l’emarginazione del
soggetto attraverso l’ostilità e la non comunicazione, la compromissione dell’immagine del soggetto
davanti ai colleghi, clienti, superiori,etc.), perpetrati da parte di uno o più individui nei confronti
di un altro individuo, prolungati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale nonché
della salute psicofisica dello stesso, è una situazione lavorativa di conflittualità sistematica,
persistente ed in costante progresso, lo straining, è “una situazione di stress forzato sul posto di
lavoro, in cui la vittima subisce almeno una azione che ha come conseguenza un effetto negativo
nell’ambiente lavorativo.
Cassazione Penale, Sez. VI, 3 luglio 2013, n. 28603

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