Il medico deve parlare al malato. Non basta il modulo per il consenso informato

La firma che il paziente mette su un foglio prestampato in cui ci sono le notizie sul tipo di intervento che deve affrontare non soddisfa l’obbligo del consenso informato.
La Cassazione, con la sentenza 19220, ricorda ai medici il dovere di un rapporto personale con il paziente in procinto di andare in sala operatoria, il quale ha il diritto di avere le informazioni sui rischi dell’operazione con un linguaggio che tenga conto anche del suo grado culturale. La Suprema corte ribalta così il verdetto dei giudici di merito che avevano considerato sufficienti le indicazioni contenute in un modulo già predisposto consegnato al malato per la firma da una segretaria nella «penombra di una sala d’aspetto».
Secondo la corte d’Appello anche il fatto che il paziente fosse un avvocato portava a supporre che, prima di firmare il modulo, avesse vagliato tutte le conseguenze del suo gesto, «essendo pienamente edotto sull’importanza di tale sottoscrizione nell’economia del contratto di prestazione sanitaria». Ma così non era, tanto è vero che il legale, dopo un intervento con il laser agli occhi che aveva peggiorato la sua condizione, aveva iniziato una causa contro il chirurgo per responsabilità medica, vincendola però solo in Cassazione.
I giudici della terza sezione giudicano del tutto insufficiente la firma del prestampato richiesta a ridosso dell’operazione e spiegano quali sono le caratteristiche che il consenso informato deve avere. Il consenso deve essere anzitutto personale e quindi prestato dal paziente, tranne ovviamente nei casi di incapacità di quest’ultimo; deve, poi, essere specifico ed esplicito, reale ed effettivo, non presunto. Quando possibile, inoltre, deve essere anche attuale. In questo contesto è irrilevante, al contrario di quanto affermato dal Tribunale e dalla Corte d’appello, la qualità del paziente. Quest’ultima incide, infatti, solo sulle modalità di informazione, che deve essere adeguata al livello culturale del malato.

Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 19220/2013

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