Sì alla risarcibilità dell’operazione sbagliata se il paziente ha assentito sulla base di informazioni non corrette

L'erronea diagnosi di una patologia va ad elidere il consenso prestato dal paziente all'intervento chirurgico reputato necessario dai medici in conseguenza della patologia riscontrata (fattispecie relativa all'azione intrapresa da una donna per vedere riconosciuto il risarcimento dei danni per i postumi invalidanti permanenti seguiti ad un'operazione chirurgica).

Il caso. Ad una donna viene diagnosticato un tumore che la induce a sopportare un intervento chirurgico lesivo della sua integrità fisica ma ritenuto indispensabile per salvarle la vita. A seguito dell'intervento la paziente subisce postumi invalidanti permanenti. Decide di rivolgersi all'autorità giudiziaria per ottenere il ristoro dei danni subiti adducendo a fondamento della domanda l'erroneo operato dei sanitari oltre che la violazione del principio del consenso informato. Il rigetto della domanda da parte di entrambi i giudici di merito spinge la donna a presentare ricorso in cassazione, ottenendo finalmente il riconoscimento delle proprie pretese.

La colpa lieve del medico esclude il reato ma non il risarcimento dei danni. Al fine di inquadrare giuridicamente la fattispecie, la Suprema Corte coglie l'occasione per vagliare i risvolti civilistici dell'applicazione della nuova legge n. 214/2012. L'art. 3, comma 1, d.l. 13 settembre 2012 n. 158 (convertito, con modificazioni, in l. 8 novembre 2012 n. 214), ha depenalizzato la condotta medica connotata da colpa lieve, lasciando però inalterato l'obbligo di cui all'art. 2043 c.c.. Invero, così come sottolineato dalla Cassazione, la materia della responsabilità civile segue le sue regole consolidate, non solo per la responsabilità aquiliana del medico, ma anche per la c.d. responsabilità contrattuale da contratto sociale. Sulla scorta di tali principi i giudici di legittimità ritengono dunque configurabile, nel caso di specie, un obbligo risarcitorio in capo ai medici, oltre che alla struttura sanitaria, in quanto gli stessi non avevano dato la prova esimente della complicanza non prevedibile o non prevenibile dell'intervento, prova che incombe sulla parte che assume l'obbligo di garanzia della salute. Al contrario il paziente e i consulenti di ufficio e di parte avevano attestato un aggravamento delle condizioni di salute della donna non altrimenti spiegabile se non per una difettosa conduzione della prestazione sanitaria.

La mera specificazione della causa petendi non costituisce domanda nuova. I giudici di legittimità, nella pronuncia in commento, sostengono che la Corte territoriale abbia erroneamente ritenuto nuova la specifica censura svolta dalla ricorrente nell'atto di appello in ordine alla deduzione dell'errore diagnostico posto a base della decisione di effettuare l'intervento chirurgico, laddove in primo grado era stata dedotta a fondamento della domanda l'errata conduzione di tale intervento. Invero, nel caso di specie, il tema della responsabilità medica era stato introdotto dall'attrice indicando unitariamente il medesimo fatto dannoso, evidenziando l'errore diagnostico poi riscontrato in sede di consulenza medica, di guisa che la causa petendi, riconducibile alla responsabilità aquiliana e alla responsabilità da contatto sociale, si riferiva ad un unico fatto costitutivo della fattispecie circostanziata. Sicché la specificazione dello error in iudicando riferito alla sequela dell'errore diagnostico e intervento chirurgico assentito sulla base di errata informazione delle condizioni di salute, non poteva qualificarsi come domanda nuova, essendo piuttosto un atto intrinseco alla deduzione di una domanda diretta ad accertare la responsabilità civile secondo le circostanze allegate.

La diagnosi errata rende il consenso male informato. La tesi principale sostenuta dalla ricorrente si basa sul presupposto che il consenso da lei prestato all'intervento fosse disinformato o male informato. Infatti l'erroneità della diagnosi che accertava la presenza di un tumore - in realtà inesistente - l'aveva indotta a sopportare un intervento chirurgico lesivo della sua integrità fisica anche se per finalità salvifiche. Tuttavia, l'errore diagnostico, accertato dal consulente tecnico d'ufficio, aveva vulnerato l'assenso all'intervento, che ebbe esiti in parte nefasti e peggiorativi delle condizioni preesistenti della donna. Alla luce dello stato della giurisprudenza circa le condizioni di manifestazione e formazione del consenso informato (ex multis Cass., S.U., 11 gennaio 2008 n. 576), la Corte di Cassazione esclude che, nel caso di specie, vi sia stata una corretta manifestazione di volontà da parte della paziente idonea ad escludere ogni profilo di colpa in capo ai sanitari. Invero il consenso informato, quale diritto inviolabile della persona che trova precisi referenti negli artt. 2, 13 e 32 Cost., ha natura bilaterale ed esprime un incontro di volontà libere e consapevoli, laddove la fattispecie in esame si caratterizza da un contestuale errore di informazione e di assenso all'atto chirurgico.

            Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 4030/2013

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