CLAIM NUTRIZIONALI

. I claim nutrizionali relativi agli alimenti hanno una grande rilevanza commerciale e possono fortemente orientare le scelte di acquisto dei consumatori. Per questa ragione, detti claim devono informare sul reale valore nutrizionale dell’alimento e risultare idonei ad essere percepiti immediatamente dai consumatori senza ambiguità od omissioni ed, infine, non devono suggerire abitudini alimentari scorrette.

Questi principi, così come le principali indicazioni nutrizionali, sono espressamente indicati nel Regolamento (CE) n. 1924/2006 che richiede che la comunicazione nutrizionale sia in linea con il testo e le condizioni d’uso indicate nel suo Allegato.

Sul claim “senza zuccheri aggiunti

 Il professionista ha utilizzato il claim “senza zuccheri aggiunti” per presentare e caratterizzare la linea di preparati a base di frutta, denominata XXXXXX. Attraverso tale indicazione, utilizzata sulle confezioni dei prodotti e nei messaggi promozionali televisivi e via internet, come sopra descritti, il professionista suggerisce il consumo dei prodotti XXXXX a tutti quei consumatori che hanno una specifica preferenza per prodotti a ridotto contenuto di zuccheri, lasciando intendere per l’appunto che si tratti di prodotti per la cui preparazione non è stato aggiunto zucchero e quindi potenzialmente dotati di particolare attrattività nutrizionale perché naturali, più leggeri e meno calorici e, più in generale, adatti per il benessere del consumatore.

 Le risultanze istruttorie hanno dimostrato che la dicitura “senza zuccheri aggiunti”, risulta ingannevole in merito alle caratteristiche dei prodotti in questione, ai sensi degli articoli 20, comma 2, 21, comma 1, lettere a) e b), del Codice del Consumo, oltre ad essere contrastante con il citato Regolamento Claim, secondo cui la stessa può essere utilizzata solo se: “il prodotto non contiene mono- o disaccaridi aggiunti o ogni altro prodotto alimentare utilizzato per le sue proprietà dolcificanti”.

Infatti, come emerge dalle informazioni presenti sul sito del professionista e dai documenti istruttori, i prodotti XXXX.contengono un significativo quantitativo di succo di mela concentrato, che viene utilizzato per aumentare in modo considerevole e assolutamente prevalente il contenuto naturale degli zuccheri della frutta, portando il quantitativo di zuccheri presente in 100 grammi di prodotto ai valori indicati sull’etichetta, compresi tra il 34,3% e il 37,2% (per i tipi albicocca, fragola, ciliegia e pesca, in atti). Ad esempio, nel caso della confettura di pesche, circa 30,7 grammi di zucchero derivano dal succo di mela, aggiungendosi ai 6,5 grammi di zucchero contenuto nella frutta utilizzata.

In base, pertanto, alla composizione del prodotto, non vi è dubbio che il succo di mela concentrato sia utilizzato nel prodotto per le sue proprietà dolcificanti.

 Privo di pregio appare quindi il riferimento alla sentenza del TAR Lazio relativa al caso Plasmon, atteso che - come si è accertato - l’apporto zuccherino derivante dal succo di mela nel preparato XXXXXX contribuisce in misura preponderante rispetto al contributo zuccherino della frutta caratterizzante il prodotto (per circa il 70%), di gran lunga superiore alla soglia che era stata indicata dal TAR Lazio (10%) per poter escludere che tale ingrediente venisse utilizzato per la sua funzione dolcificante.

In ogni caso, il Consiglio di Stato ha recentemente annullato la predetta decisione del giudice di prime cure, confermando il provvedimento dell’Autorità e ribadendo che ai fini della corretta informazione dei consumatori, non assume rilievo la distinzione fra zucchero e ingredienti ad esso assimilabili, quali i succhi di frutta concentrati, in quanto basata su tesi opinabili. Infatti, si tratta di ingredienti che condividono effetti e funzioni dello zucchero e sono percepiti dai consumatori come pienamente assimilabili (“zuccheri nascosti”), la cui presenza non consente l’uso del claim“senza zuccheri aggiunti”.

 Pertanto, la fattispecie in esame ricade espressamente fra le ipotesi previste dal Regolamento 1924/06 per le quali, appunto, non risulta possibile utilizzare il claim “senza zuccheri aggiunti”,che ha portata generale e che si applica a tutti gli alimenti indistintamente.

Inoltre, si osserva che ai sensi del citato Decreto Legislativo. n. 50 del 2004 per le confetture è prevista l’indicazione obbligatoria del contenuto di zucchero, proprio in quanto trattasi di componente predominante e caratterizzante del prodotto. Sebbene tale indicazione diventi facoltativa se il professionista, come nel caso di specie, inserisce la tabella nutrizionale, tuttavia lo standard di diligenza richiesto ai professionisti che operano in questo specifico settore merceologico, anche nel caso in cui sostituiscano lo zucchero con un prodotto del tutto assimilabile - quale il succo di mela concentrato - è quello di non caratterizzare e connotare i propri prodotti con indicazioni di tenore opposto o di carattere confusorio rispetto a quelli richiesti dalla normativa e specificamente proprio con riferimento all’assenza di zuccheri aggiunti. Peraltro,trattasi di aspetto che non solo inganna i consumatori, ma crea significative distorsioni nella presentazione di prodotti assimilabili e quindi anche nel rapporto fra professionisti concorrenti.

Si ricorda che nel caso Plasmon in questione, il succo concentrato di mela era aggiunto nell’ordine del 4% (sul peso totale dell’omogeneizzato) e aveva un contenuto di zuccheri intorno al 10%.

Cfr. sentenza Consiglio di Stato n. 3901/2012, cit..

Peraltro non vi è dubbio che il professionista abbia apposto la suddetta dicitura proprio per presentare il prodotto XXXXX in quanto a ridotto contenuto zuccherino, come risulta chiaramente da alcune specifiche affermazioni delle telepromozioni o contenute nel sito internet (esso viene reiterato nelle telepromozioni come nel sito web ed associato ad affermazioni rassicuranti, quali “mangia tranquilla”: sul sito aziendale è utilizzato unitamente ad affermazioni relative al contenuto nutrizionale e, dunque, calorico, dell’alimento, quali “Perché scegliere XXXXX..... perchè ha un ridotto contenuto di zuccheri (…), tanto che viene indicata anche nelle diete). Inoltre, la portata decettiva dei messaggi promozionali che utilizzano illegittimamente l’indicazione nutrizionale “Senza zuccheri aggiunti” si può apprezzare considerando che tale indicazione è da tempo nota al consumatore principalmente per prodotti di largo consumo zuccherati con edulcoranti (quali, ad esempio, le caramelle o le chewing gum).

Sul claim “basso indice glicemico

 Nella promozione del prodotto il professionista ha frequentemente abbinato al descritto claim“senza zuccheri aggiunti”, quello relativo ad “un basso indice glicemico”. Anche questo viene reiterato nelle telepromozioni come nel sito web ed associato ad affermazioni rassicuranti, quali“XXXXX contiene mediamente oltre il 30% di zuccheri in meno delle altre confetture. Per questo, e per il contenuto di fibre di frutta, ha un basso indice glicemico, che è la misura del tempo di assorbimento degli zuccheri.XXXXX ha mediamente un indice glicemico inferiore di oltre il 50% rispetto a quello delle altre confetture".

Al riguardo, e impregiudicata la questione qualificatoria di tale claim sollevata dal professionista, si osserva che anche attraverso l’uso combinato di tali indicazioni il professionista cerca di accreditare il prodotto per le sue caratteristiche di alimento a ridotto contenuto zuccherino e quindi più leggero e, per questa ragione, dotato di particolare attrattività per tutti quei soggetti che desiderano o necessitano di assumere un regime alimentare controllato.

 Dalle risultanze istruttorie emerge tuttavia che l’indice glicemico è un termine tecnico che corrisponde ad una specifica e non molto conosciuta caratteristica degli alimenti, ovvero la velocità con la quale i carboidrati ivi contenuti si trasformano in glucosio nel sangue, cioè la glicemia, indice che viene misurato in relazione all’assunzione di una quantità di alimento contenente 50 grammi di carboidrati, senza tener conto ed indipendentemente dalla quantità di carboidrati presenti nell’alimento.

In sostanza, esso non fornisce una informazione relativa all’effettivo valore nutrizionale dell’alimento quanto ad un aspetto qualitativo dello stesso, ovvero circa la velocità di trasformazione dei carboidrati di ciascuno alimento in glucosio.

Se, cioè, detto claim sia o meno un’indicazione nutrizionale in senso proprio.

 L'indice glicemico o IG (dall'inglese Glicemic index, abbreviato in GI) di un alimento indica la velocità con cui aumenta la glicemia in seguito all'assunzione di un quantitativo dell'alimento contenente 50 g di carboidrati misurando l'andamento della curva a campana dal momento dell'ingestione a due ore dopo. Questo parametro è espresso in percentuale, e si rapporta comunemente alla velocità di aumento della glicemia con la stessa quantità di glucosio o di pane bianco. A seconda dell'alimento di riferimento, se il glucosio o il pane bianco, viene loro assegnato il valore di 100. Per convertire l'indice glicemico dal glucosio al pane bianco basta moltiplicare per 1,37, mentre viceversa basta dividere per la stessa cifra dal pane bianco al glucosio.

Peraltro, lo stesso parere EFSA, citato dal professionista, con riguardo all’indice glicemico evidenzia che “ (…) the evidence for a role in weight maintenance and prevention of diet related

diseases is inconclusive”. Pertanto, l’utilizzo di tale indicazione abbinata a quelle circa il ridotto contenuto di zucchero del prodotto è scorretta in quanto riferita ad un indice che non misura alcun valore nutrizionale e specificamente il contenuto di zucchero del prodotto, creando confusione nei consumatori in relazione, invece, appunto all’effettiva valenza e rilevanza di tale specifico indice che viene utilizzato in abbinamento ad altre indicazioni sul ridotto contenuto zuccherino e senza adeguata spiegazione del suo particolare significato; pertanto, i consumatori sono erroneamente indotti a credere che esso misuri, in ragione della sua specifica denominazione, un ridotto contenuto zuccherino del prodotto.

Sui claim comparativi

Anche affermazioni comparative utilizzate per lo zucchero, XXXXXX “contiene mediamente oltre il 30% di zuccheri in meno delle altre confetture”, non possono ritenersi corrette in quanto il professionista ha utilizzato un termine di paragone eterogeneo, confrontando un preparato alla frutta, quale i prodotti XXXXXX, a prodotti appartenenti ad una categoria diversa e specificamente individuata, quali le confetture, prodotti che ai sensi del Decreto Legislativo n.50/2004 devono avere un contenuto minimo di zuccheri del 45%, come peraltro rilevato dal professionista stesso.

Peraltro, anche i documenti istruttori depositati non solo non appaiono idonei a supportare le suddette affermazioni, ma confermano espressamente la scorretta comparazione effettuata, in quanto svolta, da un lato, prendendo una sola preparazione di frutta XXXXX (Albicocca), a fronte delle 25 preparazioni commercializzate da YYYYY, dall’altro raffrontata con numerosi prodotti a base di frutta diversa e con contenuto zuccherino particolarmente elevato ed appartenenti, come detto, alla categorie delle confetture; anche la quota di mercato delle confetture prese a riferimento è il frutto di una stima del professionista senza che sia stata indicata alcuna fonte come base di rilevazione.

Considerazioni analoghe a quelle espresse al capitolo precedente devono farsi con riferimento al claim comparativo “XXXXX ha mediamente un indice glicemico inferiore di oltre il 50% rispetto a quello delle altre confetture”, in quanto nuovamente non trattasi di un’indicazione nutrizionale ma relativa ad uno specifico indice della velocità di trasformazione dei carboidrati in glucosio nel sangue, che viene confusoriamente abbinato ad indicazioni nutrizionali per accreditare il prodotto come a basso contenuto di zuccheri.

Inoltre, non può ritenersi corretto la comparazione effettuata in quanto il termine di paragone utilizzato dallo studio prodotto dal professionista è costituito da un prodotto eterogeneo rispetto a XXXXX sia per la quantità dello zucchero (ridotto in XXXXX) sia per la qualità (il fruttosio).

Sulle caratteristiche salutistiche

 Quanto alle vantate proprietà salutistiche riferite alle varietà di frutta utilizzate nei prodotti XXXXX, si osserva che nel registro di recente approvato con il citato Regolamento n.432/2012 sui claims salutistici non sono stati autorizzati i principali claim proposti sulle sostanze contenute nella frutta impiegata nelle preparazioni in esame, né detti claim non appaiono consentiti in relazione ai tipi di frutta cui si riferiscono.

In ogni caso e a maggior ragione tali indicazioni non possono certamente essere spese e trasferite a prodotti trasformati, sulla base della sola considerazione che la temperatura di lavorazione sia relativamente bassa.

In conclusione la pratica commerciale in esame - incentrando in particolare la presentazione dei prodotti sulle confezioni e nel corso delle telepromozioni sull’indicazione “senza zuccheri aggiunti” e, per i XXXXX, sul “basso indice glicemico” - risulta scorretta ai sensi degli articoli 20, comma 20 e 21, comma 1, lettere a) e b), del Codice del Consumo, in quanto contraria alla diligenza professionale e idonea ad ingenerare nei consumatori falsi affidamenti in merito alle effettive caratteristiche nutrizionali dei prodotti ed ai risultati che si possono attendere dal loro consumo.

DELIBERA

a) che la pratica commerciale descritta al punto II del presente provvedimento, posta in essere dalla società YYYYY, costituisce, per le ragioni e nei limiti esposti in motivazione,una pratica commerciale scorretta ai sensi degli artt. 20, comma 2 e 21, comma 1, lettere a) e b),del Codice del Consumo, e ne vieta la diffusione o continuazione;

b) di irrogare alla società YYYYYY, con riguardo alla pratica commerciale scorretta di cui alla precedente lettera a), una sanzione amministrativa pecuniaria di 40.000 € (quarantamila euro).

Provvedimento n. 24283 Autorità garante della concorrenza e del mercato

 

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