Massima tutela per i marchi celebri/notori

Sussiste concorrenza sleale anche quando il segno distintivo viene usato in prodotti affini,
appartenenti a un altro settore merceologico, ma comunque idonei a confondere il consumatore
medio.
Due imprese italiane avevano apposto il marchio casa di moda britannica J. Barbour & Sons Ltd
su prodotti di cartoleria.
Le aziende si erano difese sostenendo che i prodotti appartenevano a due categorie merceologiche
diverse e che quindi la tutela del marchio non poteva sussistere.
Per i giudici della Cassazione, i marchi celebri, pur esplicando prevalentemente la funzione
distintiva del prodotto, tendono a diffondere e far conoscere la provenienza dei prodotti o merci al
consumo e vengono presi in considerazione dal pubblico per ricollegarvi non solo un prodotto, ma
un prodotto di qualità soddisfacente.
Viene pertanto esteso il campo di protezione al di là dei prodotti uguali o strettamente affini,
dovendosi accogliersi una nozione più ampia di affinità che tenga conto del pericolo di confusione
in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la
fabbricazione di altri prodotti.
In altre parole, il giudizio di affinità non può prescindere dalla forza individualizzante che il
marchio medesimo ha conseguito sul mercato.
In conclusione, in presenza di un marchio che gode di rinomanza, si deve soltanto considerare se
l’identità o somiglianza dei segni distintivi posti a raffronto comporti o meno, anche in alternativa
tra loro: 1) il pregiudizio di una perdita di immagine del marchio derivante dall’indesiderato
accostamento; 2) l’indebito e ingiustificato vantaggio conseguibile parassitariamente dal
contraffattore.
Dunque, la sentenza nel considerare il rischio di confusione un requisito necessario per il
riconoscimento della tutela ultramerceologica dei marchi notori o di rinomanza, riprende – a
ragione – la disciplina applicabile al caso di specie al momento in cui si è verificata la violazione
oggetto di controversia.
Quindi, si deve sempre tener conto del pericolo di confusione agli occhi del consumatore
Corte di cassazione Sez. I, sentenza n. 13090 del 27 maggio 2013

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